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Recensioni di dischi, brani ed altre cazzate varie

18

gennaio

Boys Noize – Out Of The Black (recensione)

18 gennaio 2013 | |

(recensione originale su www.indieforbunnies.com)

La rinascita dell’electro-house, iniziata nei primi anni Zero del Duemila e giunta a consacrazione mondiale verso il crepuscolo degli stessi anni, ha avuto come base comune ai differenti artisti bassi importanti e aggressivi, synth cattivi e batterie che puntavano decisamente a farti esplodere e saltare, oltre che ballare.

Tra i più importanti esponenti del tutto, troviamo il berlinese Alex Ridha aka Boys Noize. Alla sua sconfinata discografia fatta di singoli e remix, dopo “Oi Oi Oi” e “Power”, il dj e producer tedesco aggiunge “Out Of The Black”, pubblicata sulla sua etichetta Boys Noize Records. La domanda che mi sorge spontanea, come sempre quando mi trovo davanti a questo tipo di lavori da parte di producer di musica elettronica, è sempre la stessa: era davvero il caso? Il perché della domanda è dato dal fatto che molto spesso questi dischi sono mere compilation di singoli. La risposta, in questo caso, è positiva. Il motivo lo spiego subito. (continua…)

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19

aprile

WZRD – WZRD (recensione)

19 aprile 2012 | |

Chi si cela dietro il moniker WZRD? Scopriamolo insieme. Credo che tutti associate Scott Mescudi, aka Kid Cudi, grazie al suo hit single “Day ‘N Nite” (anzi, al remix dei Crookers). Associato alla G.O.O.D. Music di Kanye West, autore di due album (“The Man on The Moon: The End Of The Day” e “The Man On The Moon 2: the Legend of Mr. Rager”) di successo, attore nella serie HBO “How To Make It In America” nel ruolo del dogsitter e spacciatore Domingo, in attesa di rilasciare il terzo capitolo della serie “The Man on The Moon” pubblica insieme al produttore Dot da Genius questo “WZRD” (che è anche il nome del duo composto dagli stessi), largamente preannunciato sul suo profilo twitter come la sua svolta “rock”: “wizard is a rock album, no raps, just singing”. E quindi, dopo aver contribuito a lanciare uno stile arriva questo terzo disco ufficiale del nostro. Esperimento riuscito? Mah. (continua…)

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19

aprile

The Ting Tings – Sounds From Nowheresville (recensione)

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Metà agosto 2008, ero in Inghilterra con una crew di gente mai stata in terra albionica, completamente a digiuno di clubbin’ inteso alla maniera dei sudditi di sua Maestà Elisabetta II. Tant’è, appena arrivati ci rechiamo in un pub caruccio (ma niente di più) in quel di Carlisle (dove risiedeva il ragazzo che ci ospitava) con un tizio che spingeva musica random, senza un filo logico, l’importante era che la gente tra una birra e l’altra ballasse e cantasse. Tra le varie canzoni, risuonava un gruppo a me sconosciuto, che ho scoperto quella sera stessa essere i Ting Tings. La canzone era “Shut Up And Let Me Go”. Tornato in Italia mi procurai al volo il loro disco di debutto, “We Started Nothing”, rimanendone piacevolmente sorpreso. (continua…)

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19

aprile

We Have Band – Ternion (recensione)

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Play. Parte “Shift”. Sono gli Editors? Gli Interpol? Ah no, sono i We Have Band, e questo è il loro nuovo disco “Ternion”. A parte il nome, che non riesco a capire se definire idiota o  geniale, nel 2010 con il debutto sulla lunga distanza “WHB” (continua l’originalità) si sono piazzati in quella zona stracolma di gruppi e/o cantanti definibili “promesse che rischiano di essere dimenticati dopo un disco”, ovvero le famigerate one hit wonders.

Il settore di riferimento è l’electropop più hipster spruzzato di indie rock. Il problema fondamentale è una grossa mancanza di personalità che emerge tra le varie tracce, come se i WHB avessero suonato un collage di quello che li influenza maggiormente. Cosa che potrebbe essere definita varietà sonora, ma che per me è mancanza di personalità, visto che suona come un compitino. Ben eseguito, ma pur sempre compitino. (continua…)

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19

aprile

Drake – Take Care (recensione)

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Il disco d’esordio di Drake, “Thank Me Later” (che è stato anche remixato dai producer spagnoli Cookin’ Soul), nel 2010, fu anticipato da un hype spaventoso, dovuto anche alla sua affiliazione con la crew di Lil’ Wayne, laYoung Money. Hype che ha permesso al cantante canadese di vendere più  di 400.000 mila nella settimana d’esordio, risultato esagerato sia per le condizioni comatose del mercato discografico, sia per il suo status di esordiente.

Come è logico, l’attesa per il suo secondo disco era altissima. Previsto originariamente per ottobre e pubblicato a novembre, “Take Care” sicuramente bisserà il successo del suo predecessore, ma a mio avviso segna una discesa a livello qualitativo. Giudicato in maniera positiva dalla stampa di settore americana, risente innanzitutto di una eccessiva lunghezza del prodotto (17 tracce più un interludio da 2 minuti e mezzo).

Intendiamoci, il disco non è brutto in toto: qualitativamente curato, musicalmente non dozzinale, senza troppi di quei beat un tanto al chilo come troppo spesso accade quando si parla di prodotti della Young Money (tradizione della scuola musicale da cui Lil’ Wayne proviene, ovvero la No Limits di Master P e la Cash Money di Birdman, sul cui rapporto con Wayneci sarebbe da discutere a lungo – ma non divaghiamo), ma sufficiente ricercato per gli standard da cui proviene il lavoro, anche se troppo spesso povero di spunti validi. Drake come interprete non è male, e il modo in cui usa la voce all’interno del contesto funziona. (continua…)

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05

dicembre

Emika – Emika (recensione)

5 dicembre 2011 | |

Spank The Groove non è soltanto party e casino. Spank The Groove è anche musica a 360°. Uno dei nostri, Mik, è impegnato dall’inizio di febbraio come recensore per Indie For Bunnies, una delle webzine leader in Italia per quanto riguarda le recensioni. Da oggi, i suoi articoli pubblicati sulla webzine verrano pubblicati anche qui su www.spankthegroove.com!

Una notte d’estate del 2001 beccai su MTV il video di una traccia di Roots Manuva e per me, 16enne infottato con il rap, l’ascolto di “Witness (1 Hope)” fu una discreta mazzata, che mi spinse ad approfondire il variopinto mondo musicale inglese, fino ad arrivare al punto di coltivare una sorta di venerazione per la musica prodotta nella perfida Albione. Le robe che uscivano per le etichette inglesi nell’epoca precedente alla diffusione di massa del p2p, solitamente, erano acquisti a colpo sicuro, prendere un pacco era davvero difficile.

L’Inghilterra, si sa, è sempre stata sinonimo a livello musicale di contaminazione, sperimentazione e miscuglio, basti pensare ai Clash oppure, in tempi più recenti, alla commistione tra rap e garage, o alla garage stessa e tutte le sue filiazioni, tra cui la dubstep, che ha generato un profondo impatto sulla scena elettronica mondiale, costringendo più o meno tutti gli adetti ai lavori a relazionarsi con questo prodotto relativamente nuovo al di fuori del regno di Elisabetta II.

(continua…)

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25

novembre

Crookers – Dr. Gonzo (recensione)

25 novembre 2011 | |

Spank The Groove non è soltanto party e casino. Spank The Groove è anche musica a 360°. Uno dei nostri, Mik, è impegnato dall’inizio di febbraio come recensore per Indie For Bunnies, una delle webzine leader in Italia per quanto riguarda le recensioni. Da oggi, i suoi articoli pubblicati sulla webzine verrano pubblicati anche qui su www.spankthegroove.com!

Nemo propheta in patria. I Crookers sono stati ignoranti in patria per una vita, mentre all’estero assurgevano allo status di superstar della musica house. Dopo aver prodotto miriadi di remix per i soggetti più disparati (due nomi su tutti: Chemical Brothers e U2), dando la loro personalissima impronta alla musica house. Hip-Hop, electro, fidget e house classica frullata in un calderone unico che ha generato imitatori nei 5 continenti, celebrato sul mercato dal loro album d’esordio, “Tons of Friends”, che in effetti presentava davvero una tonnellata di amici.

Da Kelis ai Soulwax, da Pitbull a Kid Cudi (che proprio al remix dei Crookers di “Day N Nite” deve la sua esplosione), da Will.I.Am a Róisín Murphy, nessuno si è rifiutato di dar loro una mano, arrivando a mietere vittime anche in Italia, complice la presenza di Fabri Fibra su “Festa Festa”, singolo italiano del disco. Dopo un anno passato in giro per il mondo a suonare nei club e nei festival più rinomati, tornano con un nuovo lavoro sulla lunga distanza, anticipato da 2 EP, chiamato “Dr.Gonzo” (e già le mani vanno su per la citazione di “Paura e Delirio a Las Vegas”).

Gli amici, a questo giro, sono sempre tanti ma notevolmente meno del debutto, permettendo a Phra e Bot, ormai lontani dalle pressioni del successo a tutti i costi, di rafforzare la propria identità e sfornare un seguito all’album di debutto davvero valido. Non ci sono hit propriamente da classifica in questo disco, ma solo pezzi destinati a essere sganciati nelle dancefloor di tutto il mondo, scuotendo ogni club dalle fondamenta. Scorrendo tra la tracklist gli episodi maggiormente degni di nota, troviamo “Dushi”, posto in apertura, ottima anteprima al resto del disco, “Hummus”, in compagnia di Hudson Mohawke, scelto come primo singolo, rischia di spopolare nei dancefloor vista l’unione riuscita di melodia e beat, “Bust’Em Up” (con i Savage Skulls e “Carcola”, con His Majesty Andre e Lazy Ants, altre creature da dancefloor belle potenti e di sicuro impatto, a cui seguono le restanti tracce, onesto riempitivo del disco che però non riescono a rimanere impresse come le prime, eccezion fatta per “Get The F*ck Out Of My House” con i Savage Skulls. Anche se sulla lunga distanza rischiano di risultare un po’ ripetitivi (io, personalmente, li preferisco nei remix o negli EP, piuttosto che nella creazione di album), senza aver paura di osare i Crookers tirano fuori un buon prodotto. Non realizzano una sterile replica del loro debutto ma provano ad andare avanti e a innovare sempre più il loro suono, integrando alle classiche contaminazioni hip hop riferimenti alla scena club anni ’90 più classica, attingendo anche dalla scena techno.

Che sia la volta buona che anche in Italia ci si accorga di quanto talento hanno i producer house e di quanto vengano suonati all’estero, senza dover per forza diventare tormentoni estivi o nazionalpopolari? Da queste parti, onestamente, speriamo di si.

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21

ottobre

SBTRKT – SBTRKT (recensione)

21 ottobre 2011 |
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Spank The Groove non è soltanto party e casino. Spank The Groove è anche musica a 360°. Uno dei nostri, Mik, è impegnato dall’inizio di febbraio come recensore per Indie For Bunnies, una delle webzine leader in Italia per quanto riguarda le recensioni. Da oggi, i suoi articoli pubblicati sulla webzine verrano pubblicati anche qui su www.spankthegroove.com!

Scusatemi, lettori di Indie For Bunnies con l’anima più elettronica, anzi più british oriented. Ho clamorosamente dormito su sto disco (d’altronde nell’era della musica un tanto al chilo su Internet ogni tanto capita), preso com’ero dall’electro, da robe tipo il disco di Jamie Woon, quello di James Blake (che ve lo dico a fare), quello di Katy B (un po’ meh, ma nel contesto ci sta) e tanto altro ancora sfornato in terra d’Albione, senza parlare del rap che occupa sempre un posto privilegiato nei miei ascolti. A farmi capire l’errore è stato un solitario ascolto nella metro rossa a Milano, direzione Rho Fiera. My bad, mea culpa. Scusatemi, sinceramente.

Un consiglio spassionato. Non dormite su quest’album, procuratevelo in qualunque modo possibile. Chiamate come volete questo prodotto, popstep, post-dubstep, soulstep. Fate vobis. SBTRKT, aka Aaron Jerome, dopo aver esordito con un disco nu jazz, si dota di un nuovo moniker (SBTRKT appunto), e rilascia singoli, remix, un ep (“2020”) e ora questo disco d’esordio. La lezione di James Blake è stata assimilata appieno, il timbro vocale è persino simile, anche se a Aaron manca quel misto di pathos e atmosfera rarefatta che sembri circondi sembra la voce di JB. Anche a livello musicale, le similitudini saltano subito all’occhio (anzi, all’orecchio), ma qui troviamo più funk, più house, bpm più alti e più voglia di giocare con la musica, tralasciando l’emotività soul per dirigersi su lidi più marcatamente pop, non per questo risultando banale. E quindi abbiamo ritmiche più dubstep su “Wildfire”, con Yukimi dei Little Dragon (se avete dormito su di loro…sveglia!), più garage su “Right Thing To Do”, mini banger, 2step su “Something Goes Right”, condita da una bella perfomance vocale, togliendosi lo sfizio del banger da dancefloor (ovviamente di un certo palato) con “Pharoahs”, incesellando il tutto con riferimenti house. Niente di originale, purtroppo, tutto ben fatto. Pensato su misura per l’ascolto solitario in cuffia o per farti muovere in camera, credo farebbe la sua figura anche tornando dal mare o in riva al mare stesso. Già detto, il sound punta all’orecchiabilità, e d’estate qualcosa di orecchiabile e ben fatto che non siamo gli immancabili tormentoni serve sempre come il pane ad orecchie affamate di musica nuova, meglio se di qualità. Però ormai è autunno inoltrato, e anche se l’ascolto lo merita sempre che facciamo? Rimettiamo su James Blake o cerchiamo la next big thing nei piccoli club d’Oltremanica? Come on Aaron, sul prossimo disco ti giuro che non dormirò.

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19

ottobre

Four Tet – FabricLive 59 (recensione)

19 ottobre 2011 |
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Spank The Groove non è soltanto party e casino. Spank The Groove è anche musica a 360°. Uno dei nostri, Mik, è impegnato dall’inizio di febbraio come recensore per Indie For Bunnies, una delle webzine leader in Italia per quanto riguarda le recensioni. Da oggi, i suoi articoli pubblicati sulla webzine verrano pubblicati anche qui su www.spankthegroove.com!

Fabric, a Londra, non è una discoteca come tante. Stiamo parlando di un club tra i più fighi al mondo, più che un club oserei dire quasi uno stato mentale. Le compilation che lo stesso Fabric propone sono un’ottima guida per capire l’evoluzione della musica da club ed un ottimo strumento per essere musicalmente al passo con i tempi. La serie “FabricLive” giunge al numero 59, e al mix chiama Four Tet, vero nome Kieran Hebden, guru della dubstep raffinata e pura, che si fonda sui bassi e non sulla cafonaggine dei synth come quella che spopola al giorno d’oggi, quella dubstep che rende omaggio alle influenze che ne hanno caratterizzato la nascita e ne rinnovano lo spirito.

(continua…)

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01

ottobre

Clap Your Hands Say Yeah – Hysterical (Recensione)

1 ottobre 2011 | | Tag:

Spank The Groove non è soltanto party e casino. Spank The Groove è anche musica a 360°. Uno dei nostri, Mik, è impegnato dall’inizio di febbraio come recensore per Indie For Bunnies, una delle webzine leader in Italia per quanto riguarda le recensioni. Da oggi, i suoi articoli pubblicati sulla webzine verrano pubblicati anche qui su www.spankthegroove.com!

“(Ah, benedetta World Wide Web. Che ti permette di scoprire cose nuove e fiche che ti permettono di fare il bullo con gli amici e il bello con le ragazze sulle basi della tua cultura musicale (non che funzioni sempre, ma almeno è una base di partenza.))

Quando ho deciso, qualche anno addietro, di approfondire seriamente il discorso indie rock, il mio consigliere di fiducia mi indirizzò su un sacco di band, tra cui i CYHSY.
Forti di un omonimo disco d’esordio (del 2005) ben recensito, che ottenne addirittura un bel 9.0 su Pitchfork, cresciuto dal semplice download sul loro sito al passaparola tra I blogger (condizione indispensabile per il successo di una band emergente al giorno d’oggi) ai complimenti della critica internazionale alle oltre 200.000 copie vendute, diventando una delle next big things del panorama indie americano. Il seguito “Some Loud Thunder”, che ha scatenato una moltitudine di pareri differenti, deludendo alcuni e convincendo altri, ha comunque contribuito a confermare che i nostri non erano delle meteore (recensione su IFB QUI), pur ottenendo un risultato commerciale peggiore del predecessore.

Ma alla fine, dopo questo sunto della carriera, sto nuovo disco com’è? Dopo 4 anni d’attesa (un’enormità nei tempi del web 2.0), I 5 newyorkesi tornano sulla scena. E lo fanno di mestiere, con l’apertura di “Same Mistake” e un’impronta di indie-pop che traina tutto il disco, relegando le influenze di Velvet Underground, Waits e quant’altro del primo disco e il pop Sixties del secondo sullo sfondo, come solido background dell’identità musicale del gruppo. I suoni si fanno delle volte distorti (la titletrack “Hysterical” e“Into Your Alien Arms”), delle volte assumono sfumature eteree in un contest squisitamente pop (“In A Motel”), chiudendo in un crescendo di ottimo songwriting con “Adam’s Plane” e restando sempre orecchiabili al 100% e difficile da ascoltare restando immobili. Il disco nel complesso è solido, non ripete l’osannato debutto (che comunque viene richiamato spesso) e non innova il genere, ma innova sicuramente il loro modo di intendere questo genere (per chi ama la divisione in generi). Siamo a metà strada tra il pop e il rock, senza disdegnare le chitarre distorte e le ballate, mature e commerciabile al punto giusto.

Forse che i 4 anni di assenza dalla scena come gruppo gli abbiano schiarito le idee e fatti imboccare la strada giusta? Promossi, a pieni voti.”

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